Intervista per THE CAPITALIST: “Parità di genere? Servono dati, misure concrete e continuità politica”

  • Lug, Mer, 2025

L’ex senatrice Donatella Conzatti, oggi consulente esperta in parità di genere e sostenibilità, analizza per Capitalist.it i risultati ottenuti e le sfide ancora aperte su lavoro, scuola e inclusione.

Ha scelto di dedicare gran parte della sua carriera politica e professionale a un obiettivo ambizioso ma necessario: ridurre il divario di genere e promuovere l’inclusione come chiave di sostenibilità e progresso.

Donatella Conzatti, Dottoressa Commercialista, Revisore Legale ed ex Senatrice della Repubblica, è stata tra le protagoniste del rafforzamento normativo italiano in materia di parità di genere, portando avanti battaglie fondamentali nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio.

In questa intervista esclusiva a Capitalist.it, Conzatti analizza lo stato dell’arte delle politiche di genere in Italia: dai gap retributivi alla condizione delle partite IVA femminili, dal ruolo della scuola nella formazione al rispetto fino al tema delle quote nei ruoli apicali aziendali. Un viaggio tra numeri, leggi e visione, con lo sguardo sempre rivolto al futuro delle nuove generazioni.

Parità di genere: quali pensa siano i progressi più significativi fatti in Italia negli ultimi anni?

Negli ultimi anni il lavoro legislativo sul fronte parità di genere si è molto intensificato, se non altro perché il riassorbimento delle differenze di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del PNRR.

Personalmente credo che un intervento normativo sia significativo quando è efficace, cioè quando dà risultati concreti e misurabili. In questo senso individuo due interventi che hanno davvero avuto un effetto dirompente in positivo: la Legge Golfo Mosca e la Certificazione parità di genere.

Con la Legge Golfo Mosca si è passati ad un 11% di presenza femminile degli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate e partecipate pubbliche, a oltre il 40%. Con la Legge di Bilancio per il 2020 abbiamo potenziato e prorogato la misura per riuscire a consolidare la presenza delle donne in tali ruoli ma soprattutto per innalzare la % di donne con il ruolo di Presidente del CdA, Amministratrice delegata e anche di Presidente di Collegio Sindacale.

La Certificazione parità di genere UNI/PdR 125:2022 in quasi tre anni ha visto oltre 6.800 organizzazioni certificate. E’ una Prassi che interviene su molti ambiti della vita lavorativa delle persone ed in particolare delle donne: favorendo l’accesso al mondo del lavoro, la parità di retribuzione, le opportunità di promozione. Lavora per tutte le donne non solo per le donne ai vertici. Inoltre interviene su ambiti nuovi che riguardano lavoratori e lavoratrici come le procedure di prevenzione discriminazioni e molestie e come le politiche per la genitorialità e la conciliazione. E’ una PdR che supera stereotipi che sembravano consolidati e che abitua al linguaggio inclusivo. Trovo questa Certificazione straordinariamente efficace, soprattutto se vista nel tempo come processo di miglioramento continuo. Accompagno le aziende private e pubbliche ad implementarla ed ho visto con i miei occhi che è davvero utile.

In che modo la politica può affrontare il divario retributivo di genere, che rimane un problema ancora attuale?

Per prima cosa la politica, tutta, deve considerare il tema “retribuzione del lavoro femminile” come serio e prioritario, senza ideologizzarlo. In secondo luogo andrebbe estesa la raccolta dati che oggi si fa con il Rapporto biennale sul personale maschile e femminile anche alle organizzazioni più piccole, che oggi non sono obbligate. Chi ai massimi livelli decide le politiche deve farlo sulla base di dati, così da poter differenziare gli interventi e stanziare le necessarie risorse a supporto.

Inoltre andrebbe ratificata in Italia il prima possibile la c.d. Direttiva trasparenza retributiva. Le nuove norme europee prevedono che le imprese dell’UE saranno tenute a fornire informazioni sulle retribuzioni (negli avvisi di posto vacante, nei mansionari) e a intervenire se il divario retributivo di genere – a parità di livello e mansione – supera il 5%. La Direttiva contiene inoltre disposizioni in materia di risarcimento per le vittime di discriminazione retributiva, come pure sanzioni, che comprendono ammende, per i datori di lavoro che non rispettano le norme.

La Certificazione parità di genere tollera oggi un gap retributivo massimo – a parità di livello e mansione – del 10%, la nuova Direttiva ridurrà tale tolleranza al 5%. L’obiettivo di entrambe le misure è di accompagnare tutte le imprese a mettere in campo politiche, procedure, monitoraggi dati, tali per cui i gap retributivi si azzerino.

Il tema del lavoro femminile e della sua giusta remunerazione, è strettamente correlato ai dati macroeconomici italiani, quindi è prioritario.

Stando agli ultimi dati, le donne con partite Iva guadagnano il 18,3% in meno dei colleghi uomini: come si può rendere più sostenibile lavorare con la partita IVA?

I decisori pubblici hanno meno leve per intervenire a sostegno delle lavoratrici a partita iva, perché lavorano su un mercato aperto, meno regolamentato. Gli interventi che vanno nella direzione di fissare gli “equi compensi” trovano il mio favore perché frenano coloro che offrono prestazioni a prezzi troppo bassi per essere qualificate.

Hanno inoltre leve per intervenire gli Ordini professionali, se non altro per monitorare i dati reddituali ed i dati della distribuzione degli incarichi. E anche per favorire la trasparenza degli incarichi in scadenza.

Poi, ci sono forme organizzative che garantiscono maggiore probabilità di rimanere sul mercato a medio termine e redditi più elevati, penso a forme associative come studi professionali o interprofessionali, cooperative a rilevanza interna, reti professionali.

Infine le Casse di previdenza e/o l’INPS possono offrire una sempre più marcata varietà di interventi per supportare la maternità e paternità, la malattia (che per i/le p.iva. spesso comporta una drastica riduzione del reddito) oppure anche per agevolare l’aggregazione professionale.

Quote obbligatorie per le donne nei ruoli apicali delle aziende italiane: che ne pensa?

Favorevole! Così come favorevole a questo tipo di interventi è la nostra Costituzione che all’art. 3 prevede che sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Anche l’art. 51 della Costituzione prevede che “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. I principi sono chiari ed inequivocabili.

Nel concreto ho fatto la mia parte per “rimuovere gli ostacoli” e “per promuovere appositi provvedimenti”. Sono stata la prima firmataria dell’emendamento che ha potenziato la Legge Golfo Mosca, dell’emendamento che ha introdotto la doppia preferenza di genere nell’elezione degli organi degli Ordini professionali (misura che hanno in parte depotenziato).

Il Global gender gap Report del World Economic Forum, da 18 anni misura il gender gap di 148 Paesi del mondo e l’Italia nel 2024 era all’87’ posto (su 146!) avendo peraltro perso 24 posizioni dal 2022: non ci sono alternative se vogliamo davvero la parità di genere bisogna intervenire anche con leggi ad hoc. L’evoluzione culturale in Italia non ha sufficiente spinta da questo punto di vista, anzi tende ai passi indietro.

Come possiamo educare le nuove generazioni a una cultura della parità fin dalla scuola?

A mio parere serve un massiccio lavoro di formazione a favore del corpo insegnanti. Sia per formare che per legittimare la loro azione quotidiana. Penso alla formazione civica sui principi di uguaglianza, di non discriminazione e di assenza di violenze e molestie. Nello specifico è necessario che in ogni attimo trascorso a scuola i ragazzi e le ragazze, in ogni materia trattata, possano ascoltare e praticare il linguaggio inclusivo, possano capire cosa sono gli stereotipi e che impatto hanno sulla vita di ciascuno e ciascuna.

Ritengo importante che tutte le scuole di ogni ordine e grado attivato canali anche anonimi di segnalazione di molestie di ogni tipo: verbali, digitali, psicologiche, fisiche e sessuali. Ed inoltre che vi sia un organismo che lavori su più scuole, competente per ricevere e gestire i casi segnalati.

Le attuali ore di educazione civica in cui si parla sporadicamente di violenza, molestie, bullismo, cyberbullismo sono ottime ma non sufficienti per crescere persone con una cultura inclusiva interiorizzata.

Non credo sia un problema di risorse economiche, direi più di una certa reticenza della classe dirigente. Desidero sottolineare che questi non sono temi sui cui giocare con le ideologie, perché il rispetto delle persone riguarda tutte e tutti e perchè ci riguarda ogni giorno della nostra vita.

Con l’aumento dell’inflazione e la crisi economica che colpisce molte famiglie italiane nel 2025, quali soluzioni propone per sostenere le categorie più vulnerabili, come le madri single?

Negli anni in cui sono stata in parlamento abbiamo approvato il bonus mamme single, l’assegno unico universale, il reddito di libertà, la decontribuzione per i datori/datrici di lavoro delle donne per disincentivare l’abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio o figlia, la decontribuzione per i datori/datrici di lavoro di donne vittime di violenza. Alcune di queste misure sono state rifinanziate in ciascuna legge di bilancio successiva, altre stabilizzate a regime altre invece dimenticate. Gli strumenti ci sono, serve la sensibilità culturale per approvarle e finanziarle a regime per dare loro continuità e garantire uno stabile affidamento alle mamme e donne in difficoltà.

Preferisco affrontare anche un potenziale pregiudizio. Molte misure sono anche a favore degli uomini nella medesima condizione. I numeri fotografano però una realtà incontrovertibile (purtroppo), rappresentata dal fatto che le donne senza lavoro, costrette a lasciare il lavoro, con part time involontario, con redditi sotto la soglia di povertà, con redditi più basse a parità di ruolo e livello, con responsabilità genitoriale da single, donne vittime di violenza sono una popolazione troppo numerosa. Basti pensare che in Italia lavora solo 1 donna su due, come conferma l’Inps: 52,5%. Per questo serve intervenire con un focus mirato a favore delle donne, per riassorbire le differenze di genere ancora diffusamente presenti.

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