Pochissime persone in sala ad interessarsi del lavoro conclusivo della istituzionale Consulta e pochissimi i contributi dei cittadini nella fase preparatoria. Partecipazione vicina allo zero.

Eppure discutere e capire il nostro modo di vivere oggi e domani nell’Autonomia è tema di importanza quasi vitale. Dobbiamo capire le ragioni di un così clamoroso disinteresse. Perché?

Forse perché viviamo il paradosso dell’Autonomia in cui pochi, nelle Istituzioni locali, si sentono davvero autonomi da Roma e Bruxelles e troppi cittadini sono stati resi dipendenti da Trento. Paradossale se si pensa che sì, la cornice dell’Autonomia sono gli Accordi istituzionali, ma il motore dell’Autonomia sta nella lingua, nella cultura, nello spirito intraprendente di un popolo.

L’assenza di interesse dei cittadini è nella mancanza di questa cultura, nella assenza di consapevolezza. E chi ha governato questa terra per anni dovrebbe riflettere sulle responsabilità che ha nell’aver creato questo ritardo culturale e nell’aver generato, nelle persone, il senso di estraneitá e la sensazione che la gestione proceda a prescindere dalla loro volontà. Troppo invasive e onnipresenti le Istituzioni e le loro emanazioni, per lasciare spazio ai singoli. Assetto forse utile negli anni in cui il Trentino doveva uscire dalla povertá, creare una alfabetizzazione diffusa, costruire reti di comunicazione ma pericoloso nell’epoca in cui un piccolo territorio efficiente sopravvive se si mette in relazione col mondo.

Perché gli uomini delle Istituzioni non si preoccupano? Forse addirittura perché a loro va meglio così. Se avessero solo voluto attivare realmente la rete di partecipazione avrebbero attivato altri canali: dai Partiti politici ai social, dai video (virali in ogni caso) alle lezioni nelle scuole. E ancora, dalle campagne marketing fino al confronto tra i territori del nord Italia: Autonomi alcuni e richiedenti autonomia altri (con i prossimi referendum politici di Lombardia e Veneto). E ancora, uomini istituzionali preoccupati avrebbero impostato, fin dalla costituzione della Convenzione e dalla Consulta, una stretta collaborazione con l’Alto Adige, perché non si può parlare di Autonomia senza considerarne il perimetro regionale.

Si è voluto che fosse un flop, c’erano tutte le premesse.

La mancanza di partecipazione ci dá un segnale chiaro: l’Autonomia è messa in pericolo. Perché da anni afflitta da uomini che temono l’autonomia di pensiero dei propri cittadini, l’intraprendenza degli imprenditori, il confronto competitivo con altri territori anche con collegamenti viabilistici che superino l’isolamento. Persone che sviliscono il potenziale di università e partecipate pubbliche, tentando di ricondurle ad essere utili alle decisioni di pochi.

L’attacco all’Autonomia trentina lo abbiamo in casa. L’apatia, stigmatizzata anche dalle parole del Vescovo Tisi, è solo un sintomo della più grave patologia. Serve un cambio radicale di prospettiva, che rimetta al centro la dinamicità delle persone e la loro autonomia. Un cambio che faccia tornare gli uomini e le donne delle Istituzioni al loro posto: al servizio di questa terra, del suo risveglio e della sua connessione col mondo.